Analisi. Il grande inganno della ‘Sharing Economy’

Home SharingDa alcuni anni sono entrate, nel nostro gergo, espressioni come “home sharing”, “car pooling”, “bike e car sharing”, “taxi peer to peer” e “social eating”. Attraverso questi anglicismi si identificano quelle attività che vanno a formare il cuore della sharing economy, il modello economico che sembra dover condizionare il futuro delle imprese in Italia e in Europa.

È il grande inganno del turismo mondiale. L’economia della condivisione che da alcuni anni entusiasma ancora qualche economista, giornalista o blogger sta mostrando, almeno nel settore turistico, il suo vero volto. E anche i grandi guru che sostenevano che non c’era da preoccuparsi, che era di un tipo di vacanza/soggiorno diverso da quello che interessava le strutture alberghiere e extra-alberghiere e che nulla sarebbe cambiato, iniziano a prendere coscienza della deriva presa dalla ‘sharing economy’ e di come Airbnb si sia trasformata in una enorme società in grado di condizionare governi e istituzioni.

AirbnbGli affitti turistici nelle grandi destinazioni turistiche, e nelle città d’arte in particolare, sono ormai diventati una grana non solo per l’amministrazione centrale, che ha cercato di intervenire con la discussa “tassa Airbnb”, ma soprattutto per le amministrazioni locali, alle prese con un’invasione turistica incontrollata e non abbastanza remunerativa, vista l’elevata percentuale di elusione che caratterizza questo settore, nonostante le virtuose intenzioni decantate da Airbnb e dai suoi sostenitori. Le soluzioni per gestire il boom dei cosiddetti ‘affitti brevi’ scarseggiano e gestire il fenomeno che sta cambiando il volto dei centri abitati (spopolando i centri storici, cacciando via gli amati locals o rendendo difficile trovare case alla popolazione universitaria con affitti insostenibili) e stravolgendo il mercato dell’ospitalità appare piuttosto complicato.
Se infatti per i proprietari può essere una miniera d’oro – soggiorni brevi, ma guadagni facili, pochi vincoli legali e possibilità di omettere sul fronte fiscale – per le amministrazioni, invece, è un bel “problema”: non solo a livello di qualità ospitale (perché negli affitti condivisi c’è dentro di tutto, dall’appartamento di lusso alla camera singola in stile universitario) ma soprattutto di imposte locali, come tassa di soggiorno e rifiuti urbani.

AirbnbPer tentare di placare le critiche il Governo italiano ha introdotto lo scorso anno la “tassa Airbnb”, una cedolare secca del 21% per gli affitti sotto i 30 giorni, obbligando le piattaforme online a raccogliere le imposte e girarle al Fisco: peccato che all’entrata in vigore della normativa (il 16 ottobre 2017) proprio Airbnb abbia detto che non rispetterà l’obbligo e che proseguirà la battaglia legale, come del resto sta avvenendo.

A livello locale, intanto, le città più interessate dal fenomeno puntano a fare cassa con la tassa di soggiorno, cercando una mediazione con le piattaforme. Il loro muoversi in ordine sparso contribuisce però ad accrescere la confusione e sottolinea come l’avanzata della ‘sharing economy’ a livello turistico sia stata sottovalutata consentendo che si moltiplicasse l’offerta di appartamenti e case in affitto e si ingrassasse un player potente all’interno di un mercato dove gli altri giocatori (albergatori) devono sottostare a regole e tasse penalizzanti, tanto da creare un vantaggio e una concorrenza sostanzialmente sleale.

La promessa dell’azienda di San Francisco di pagare (forfettariamente) le tasse italiane, come l’imposta di soggiorno, facendo anche donazioni no-profit alle comunità locali sta facendo proselitismo. Girano infatti voci di accordi e di contratti siglati da “rappresentanti” di Airbnb con alcuni comuni italiani in virtù dei quali la piattaforma statunitense promette di farsi carico di un importo percentuale (3% circa) sul prezzo di vendita realmente incassato. In alcuni casi si legge che Airbnb è pronta a contribuire al pagamento dell’imposta sui redditi della persona che affitta; ma c’è anche chi millanta di fornire i dati e i nomi dei proprietari delle case insieme al nome di quello che le affitta.

Sharing EconomyTutto è possibile, ma la cosa appare piuttosto una “operazione simpatia” di social responsability che fa il paio con le vere intenzioni del colosso mondiale degli alloggi condivisi: l’ingresso nel settore alberghiero per incrementare il proprio business. II 7 febbraio scorso Airbnb ha infatti annunciato che sulla propria piattaforma web potranno essere presenti anche alberghi indipendenti che soddisfano i suoi specifici standard di ospitalità. Ufficialmente disponibile da marzo, la piattaforma è stata lanciata con il supporto del cloud SiteMinder, ideale per gli hotel in grado di connettersi in tempo reale al sistema di gestione esistente per le informazioni e la prenotazione.
Airbnb promette di addebitare un modesto costo di servizio, dal 3% al 5% dell’importo pattuito. Inoltre, non richiederà agli host di firmare i contratti e gestirà in proprio tutti i pagamenti e le transazioni. SiteMinder ha già più di 28.000 hotel collegati alla sua piattaforma di gestione dei canali e anticipa di essere molto interessata ad accogliere gli hotel Airbnb.

Che fine ha fatto allora la tanto decantata economia della condivisione e il libero scambio di proprietà? Sta semplicemente cercando di dare risposta, in un regime di concorrenza sostanzialmente sleale, alla ‘sharing economy’, per chi fondamentalmente cerca un alloggio con il primario obiettivo di risparmiare.

di Stefano Bonini

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