Formazione: i lavoratori la chiedono, le aziende li ignorano. Italia in fondo alle classifiche

In Italia si spreca capitale umano. Non parliamo soltanto di fuga di cervelli o italiani che non si sentono valorizzati in patria: sono le aziende a sprecarlo. Una considerazione che trova fondamento in dati come quelli dello Human Capital Report o quelli emersi recentemente ad Expotraining: le aziende non formano i dipendenti, ma i dipendenti vorrebbero essere formati. Così precipitiamo in fondo alle classifiche.

UNO SPRECO COSTANTE DI CAPITALE UMANO E TALENTI

Lo “Human Capital Index” del World Economic Forum vede l’Italia al 34esimo posto. Non solo. La classifica dei Paesi elencati per partecipazione dei giovani alla forza lavoro ci vede al 123esimo posto (su 130 Paesi in totale).
Altro tasto dolente, la formazione sul lavoro. Lo Human Capital Index restituisce una classifica in base a quanto i Paesi stanno sviluppando il potenziale del loro capitale umano. In generale, tutti i 130 Paesi potrebbero fare di più, soltanto in 19 raggiungono l’80% di sviluppo del capitale umano. I Paesi dell’area mediterranea sono in fondo alla classifica. L’Italia occupa il 34esimo posto, il Portogallo è 41esimo, la Grecia 44esima, la Spagna 45esima.
Secondo il report, tuttavia, le nostre performance non sono male a livello di formazione scolastica – l’istruzione obbligatoria – e a livello di diversificazione delle abilità dei laureati. Non dimentichiamo però che abbiamo livelli di disoccupazione molto elevati e, soprattutto, una qualità scarsa del training-on-the-job: l’Italia è al 119esimo posto.

I GIOVANI CHIEDONO FORMAZIONE SUL LAVORO

Il dato clamoroso è che, mentre le aziende si limitano spesso ad offrire ai lavoratori soltanto tematiche obbligatorie come la sicurezza sul lavoro (18%) o le lingue, che altrove non vengono percepite come tematica degna di approfondimento, oltre il 30% degli under 25 spera di trovare lavoro in aziende che prevedono un training costante.
Sono i dati comunicati in occasione di ExpoTraining e che dimostrano come la formazione per i giovani sia fondamentale dopo l’inserimento in un contesto lavorativo, al punto che sarebbero disposti a “barattare” questa condizione con un trasferimento o uno stipendio più basso. Stiamo parlando della formazione continua, dell’aggiornamento delle competenze, che dovrebbe essere inteso anche dalle aziende come una forma di miglioramento della qualità attraverso il miglioramento delle competenze dei propri dipendenti. E invece sono proprio quei dipendenti a chiederla e a vederla come dettaglio fondamentale. Le aziende non se ne preoccupano.

IL MONDO DELLA FORMAZIONE SI RINNOVA
MA LE AZIENDE ITALIANE RESTANO INDIETRO

Intanto, il mondo va avanti. Le nuove piattaforme digitali consentono una formazione di qualità, low cost, fruibile da qualsiasi luogo e in qualsiasi momento, adattando la formazione alle esigenze degli allievi, con una personalizzazione estrema. La tecnologia consente di educare tutti, lungo tutto l’arco della vita, compresi gli adulti già attivi nel mondo del lavoro che hanno poco tempo per frequentare corsi lunghi ma che manifestano ugualmente la voglia di migliorarsi e aggiornare il proprio bagaglio di conoscenze. Ma le aziende italiane ascoltano con noia e apatia questi messaggi, sostenendo ancora di non avere tempo per la formazione. Sono loro a sottovalutarne il potere, non i loro dipendenti.

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