La gentilezza è design. Il resto è arredamento

La gentilezza è design. Il resto è arredamento

L’interior design dedicato all’hotel è più che semplice arredo: è identità, atmosfera, narrazione. Ma tutto questo ha ben poco valore se manca il fattore umano preparato alla cortesia

Nel mondo dell’ospitalità parliamo moltissimo di design. Sedie, luci, materiali, firme di architetti, palette cromatiche, storytelling degli spazi. Gli hotel vengono progettati come piccoli musei contemporanei e i ristoranti come set fotografici pensati prima per Instagram e poi per gli ospiti. Tutto è studiato con attenzione quasi chirurgica: l’atmosfera, la luce, la disposizione degli arredi, la sensazione che si vuole trasmettere appena qualcuno varca la soglia.

Eppure, se proviamo a ricordare davvero un soggiorno – uno di quelli che restano nella memoria – quasi mai il ricordo ha a che fare con una lampada o con la finitura di un tavolo. Molto più spesso riguarda qualcosa di infinitamente più semplice: un gesto, un tono di voce, qualcuno che si accorge della nostra presenza prima ancora che chiediamo qualcosa.

In altre parole, riguarda la gentilezza

Gentilezza 1La gentilezza, se vogliamo dirla senza troppi giri di parole, è il più grande progetto di design dell’accoglienza. Ed è probabilmente anche quello su cui investiamo meno attenzione.

Il design degli spazi è statico. La gentilezza, invece, è dinamica. Una sedia è comoda o scomoda e quella rimane. Un gesto, al contrario, può cambiare il senso di un’intera giornata. Una reception può essere perfetta dal punto di vista estetico, ma se chi ci accoglie evita lo sguardo o ci tratta come una pratica da smaltire, quell’eleganza resta soltanto scenografia.

Da decenni, nei convegni e nei manuali di management alberghiero, si ripete sempre lo stesso principio: la vera differenza nell’esperienza di un hotel la fa il fattore umano. Il sorriso, l’attenzione sincera, la capacità di far sentire l’ospite accolto e non semplicemente ospitato.

Il problema è che questa frase è diventata quasi uno slogan. Una verità ripetuta così spesso da smettere di essere davvero presa sul serio. Perché se credessimo fino in fondo che sono le persone a fare la differenza, allora la formazione nel settore dell’ospitalità sarebbe una priorità assoluta. Invece, in Italia, gli istituti alberghieri continuano troppo spesso a essere percepiti come una scelta di ripiego: “Non ha voglia di studiare, mandiamolo all’alberghiero”. Un paradosso per un Paese che vive di turismo e che per decenni è stato considerato una scuola di accoglienza per il resto del mondo.

In molte nazioni europee le scuole alberghiere sono tra gli istituti più prestigiosi del sistema educativo. Formano professionisti completi, manager, direttori, imprenditori dell’ospitalità. Non sono semplicemente luoghi dove si imparano tecniche operative: sono ambienti in cui si costruisce una cultura del servizio.

In Italia, invece, continuiamo a oscillare tra grandi dichiarazioni sul turismo — definito immancabilmente “settore strategico” — e una scarsissima attenzione alle fondamenta su cui quel settore dovrebbe poggiare: formazione, professionalità, riconoscimento sociale di questi mestieri. Il risultato è sotto gli occhi di tutti. Ogni stagione si parla di carenza di personale qualificato, di difficoltà nel trovare figure preparate, di giovani che non scelgono più questo percorso professionale. Ma non si tratta di un’emergenza improvvisa: è la conseguenza prevedibile di anni di scarsa attenzione alla formazione.

Nel frattempo continuiamo a investire sempre di più negli aspetti materiali dell’ospitalità. Arredi sofisticati, tecnologie avanzate, concept spettacolari, macchine del caffè da diecimila euro e lobby progettate per stupire. Tutto questo è utile, naturalmente. A volte anche necessario. Ma nessun oggetto, per quanto costoso o ben progettato, potrà mai sostituire la persona che ti serve quel caffè guardandoti negli occhi e dicendoti semplicemente: “Buongiorno”.

Eppure capita sempre più spesso che l’esperienza dell’ospite inizi in modo molto diverso. Si entra nella sala colazioni e la prima domanda che si sente è una formula neutra e burocratica: “Il numero di camera?”. Nessuno sguardo, nessuna parola gentile per iniziare la giornata, solo la sensazione di essere una combinazione di cifre che deve superare un piccolo checkpoint organizzativo.

È un dettaglio, certo. Ma è proprio nei dettagli che si misura la qualità dell’accoglienza. Perché il numero di camera lo dimentichiamo in fretta. Il modo in cui qualcuno ci ha fatto sentire, invece, resta. Ed è quello che determina se torneremo, se consiglieremo quel luogo, se lo ricorderemo con piacere.

Forse allora, oltre a chiederci chi ha progettato uno spazio, dovremmo iniziare a farci una domanda leggermente diversa: chi ha progettato i comportamenti che abitano quello spazio?

Perché alla fine l’ospitalità non è fatta di oggetti. È fatta di persone. E possiamo riempire un hotel di design, tecnologia e arredi perfetti. Ma se dimentichiamo di progettare la gentilezza, stiamo semplicemente arredando il vuoto.

 

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